Carissimi
genitori, fratelli e sorelle, Giugno 2005
La
scuola di Mavuto - Prima puntata
È
con grande gioia che oggi ti invito a spendere una giornata con me, sono uno dei
ragazzi dell’Adozione a Distanza. Sarai mio ospite, ho un posto particolare dove
portarti. Dal 18 Aprile è iniziato il secondo trimestre e sono ora quasi a metà
dell’anno scolastico. Le lezioni si fanno più serie e soprattutto tra gli
studenti che dovranno sostenere gli esami a fine anno c’è più impegno. A casa
l’alzata è sempre alle cinque di mattina e anche prima, appena spunta il sole.
Tanto ci vuole per poter essere in classe alle sette, dopo aver percorso a piedi
i quattro chilometri che separano il mio villaggio dalla scuola. La mamma mi ha
preparato un secchio di acqua calda così posso lavarmi all’aperto. Nei giorni
migliori c’è un po’ di farina fatta bollire a mo’ di semolino con dentro delle
arachidi frantumate nel mortaio. Con un po’ di fortuna è anche possibile avere
una pannocchia di grano abbrustolito. È grano duro da masticare e una volta
sgranato lo porto a scuola dentro una bottiglietta dove possa stare in ammollo.
Durante l’intervallo avrò dei chicchi morbidi da mangiare in compagnia degli
amici. Più semplice da portare resta la canna da zucchero che posso usare come
bastone da viaggio. Di capanna in capanna chiamo gli amici e presto ci
incolonniamo formando due gruppi distinti: quello dei ragazzi e quello delle
ragazze. Poi via di corsa. I chilometri sono tanti e lungo la strada si
infoltisce la nostra lunga processione. Arrivare in ritardo vuol dire essere
rimandato a casa senza la possibilità di imparare nulla. E questa è una condanna
a una povertà infinita, la stessa che vedo negli occhi di mia mamma. Appena
arrivati il maestro ci assegna un compito. Si spazza tutto lo spiazzo antistante
la scuola con scope di saggina. Facciamo una tale polvere che permette ai
ritardatari di unirsi al gruppo. Le ragazze puliscono le aule usando degli
strofinacci. Alla fine resta l’impressione che tutto sia in ordine e pulito.
Alle sette in punto suona la campana, che è spesso solo un pezzo di ferro appeso
ad un albero. Di corsa ci mettiamo in fila, divisi per classe e tutti allineati
cantiamo l’inno nazionale che comincia con Mulungu dalitsani
Malawi,
Dio
benedici il Malawi. È questo uno dei momenti più belli e solenni della giornata.
Per me questo canto è il segno che appartengo a una scuola e a un paese. Fino
alla terza elementare la lingua usata a scuola è il chichewa, mentre nelle altre
classi è l’inglese anche se ascoltare una lezione in una lingua poco conosciuta
rende difficile capire quello che viene detto. Mi impressiona sempre l’ordine
seguito per entrare in classe. In silenzio si aspetta il maestro che porga il
saluto per poi procedere all’appello interminabile. Una classe media ha difatti
almeno 60 studenti per maestro. Esistono anche prime elementari con 300
studenti. Il problema è dovuto sia alla mancanza di aule che all’esiguo numero
di maestri disposti a insegnare in una scuola di villaggio. Molte maestre in
particolari hanno il marito impiegato statale che vive nelle grandi città.
L’impossibilità di trasporti e il prezzo proibitivo degli stessi impedisce a un
maestro di spostarsi quotidianamente anche di pochi chilometri. Ogni scuola deve
infatti mettere a disposizione le case ogni scuola di queste casette, e più
casette vengono costruite più maestri si potranno avere. Dopo circa una mezz’ora
dedicata all’appello, inizia la lezione. Ci sediamo direttamente sul pavimento
nelle scuole che hanno delle vere aule, o sulla sabbia. In mancanza di una sedia
o un tavolo, basta un mattone o un sasso, mentre per scrivere ci sono le
ginocchia. L’unica aula che ha i banchi è la terza media. Questo perché i
ragazzi devono imparare a stare seduti composti, come sarà il giorno degli esami
finali. Non abbiamo veramente delle cartelle. Si usano i jumbo,
i sacchetti di plastica, quelli della spesa, dove al massimo ci sta un quaderno,
una biro e qualche mozzicone di matita. Il compito principale del maestro, in
mancanza di testi scolastici, è quello di scrivere alla lavagna quanto
diligentemente noi lentamente copiamo. La lezione è soprattutto uno scrivere e
scrivere ancora. Noi studenti finiamo così per crearci i nostri propri testi
scolastici. (Le statistiche dicono che c’è un libro ogni 7,5 studenti. Ma anche
in questo caso i libri non possono essere portati a casa). Più che studenti
siamo degli amanuensi tanto che a fine giornata la mano ci duole come se fossimo
stati nei campi a zappare. Da noi in Malawi non c’è l’obbligo di andare a
scuola. Per questo ci vuole davvero tanto coraggio ad essere degli studenti .
Tra noi ragazzi ci scherziamo: a chi non va a scuola io dico sempre che al
massimo potrà diventare un mandriano, loro però mi rispondono che anche chi va a
scuola finisce per restare senza lavoro. Dicono che in Malawi si creano
annualmente diecimila posti di lavoro… mentre gli studenti che finiscono le
scuole sono sessantamila. Così tra tanti pensieri è finita la lezione ed è
venuto il momento di mangiarmi i chicchi di grano. E nella prossima lettera ti
scrivo ancora della mia scuola.
2. L’anno della grande
fame: 2005
Una
notizia triste viene proprio dai nostri villaggi del Malawi. Tutta la regione
dell’Africa dell’est è stata colpita da una siccità inaspettata. Mentre la
stagione delle piogge normalmente raggiunge anche i cinque mesi, quest’anno si è
improvvisamente arrestata alla fine di gennaio. Il granoturco che è cibo base di
tutta la popolazione del Malawi, è stato completamente riarso dalla calura e i
campi sono stati lo spettacolo più triste di tutti questi ultimi anni. Distese e
distese di granoturco, come tanti soldatini morti in piedi. Oltre il sessanta
per cento del raccolto distrutto. E non solo il grano, ma anche la soya e le
piantine di cotone e oltretutto non è più possibile coltivare pomodori e
verdure. Il governo ha dichiarato lo stato di calamità naturale per tutto il
paese.
3.
Cento adottati in Send Off: 1 Aprile, 2005
Anche
quest’anno un gruppo di ragazzi e ragazze che hanno terminato l’adozione hanno
avuto la gioia della festa del Send Off, l’invio alla vita. È stato davvero
bello potervi rappresentare tutti, carissimi genitori, fratelli e sorelle
dell’Adozione a Distanza e fare festa a ragazzi e ragazze ormai diventati
proprio grandi. I ragazzi hanno ricevuto in dono la zappa e le ragazze la
pentola, i doni che i genitori danno ai figli quando si sposano. E hanno
ricevuto in soldi quanto permetterà loro di iniziare qualcosa di nuovo. Presto
riceverete il certificato che i vostri stessi figli hanno firmato, per
ringraziarvi che li avete accompagnati per tanti anni e avete dato loro la
possibilità di studiare e di prepararsi alla vita. E sarà proprio il Signore
della Vita a ringraziarvi e accompagnarvi tutti.
Carissimi
Una storia triste da condividere perché
ci aiuti a continuare
La missione di Balaka è parte della
grande famiglia della diocesi di Mangochi. Balaka dista cento chilometri da
Mangochi, una cittadina posta all’estremità sud del grande lago Malawi, lungo
seicento chilometri. La diocesi è nata nel 1973 e fin dall’inizio e per tutti
questi anni, l’unico vescovo è stato Monsignor Alessandro Assolari. Sotto la sua
guida sono nate tante missioni, sono state aperte oltre 250 scuole primariee
tanti dispensari e maternità. È iniziato con lui anche il progetto dell’Adozione
a Distanza, cresciuto assieme al programma diocesano di Home Based Care di
sostegno agli ammalati di AIDS e agli orfani attraverso i volontari. Avendo
raggiunto i 75 anni di età, il vescovo Assolari aveva dato le sue dimissioni, ma
il Papa aveva voluto che per altri due anni continuasse a reggere la diocesi. Il
29 Gennaio a Mangochi veniva consacrato un nuovo vescovo, il missionario
Monfortano padre Luciano Nervi che era stato in Malawi per tanti anni prima di
essere richiamato in Italia. Ora il Papa lo voleva di nuovo in missione. E lui
poi ci era venuto con tutto il cuore perché l’Africa, amava ripetere, era la sua
seconda casa. Anche se non più giovane, il suo entusiasmo era contagioso e tante
attività stavano nascendo e tanta gioia era venuta a caratterizzare tutte le
comunità cristiane che qui vivono a contatto con musulmani e gente che segue la
religione tradizionale. Si era poi ammalato, una febbre strana non voleva
andarsene e anzi era diventata malaria. Nonostante il ricovero in ospedale i
medici avevano potuto far poco, se non diagnosticare la temuta malaria celebrale
che nel giorno tristissimo dell’8 Marzo 2005 lo ha portato in paradiso. Dopo
solo 38 giorni a guida della diocesi, Monsignor Luciano Nervi è morto.
È toccato ancora a Monsignor Assolari
guidare tutte le celebrazioni della Pasqua e sostenere la diocesi rimasta senza
il suo vescovo. E poi Monsignor Assolari è partito per l’Italia, dove avrebbe
dovuto restare poche settimane per poi fare ritorno in Malawi per continuare
tanti progetti e soprattutto sostenere la diocesi che aveva tanto amato. A
Bergamo dove era tornato aveva avuto un improvviso malore. Ricoverato d’urgenza
le cure prestate non sono riuscite ad essergli di aiuto e pur avendo mantenuta
una piena lucidità, alle prime luci del 13 Aprile è spirato. E così
improvvisamente e in brevissimo tempo la nostra diocesi ha accompagnato i suoi
due primi vescovi in paradiso dove vivono gli spiriti degli antenati
dell’Africa. Missionari che hanno amato il Malawi fino a dare la loro vita.
Un grande augurio di ogni bene da tutto
il gruppo dell’Adozione a Distanza del Malawi.
La
collaborazione tra l’ufficio adozioni di Balaka e la Procura Missioni dei Padri
Missionari Monfortani di Bergamo ha permesso un grande passo in avanti nella
comunicazione e nell’incontro con le famiglie. In stretta collaborazione e con
tanta riconoscenza per il grande aiuto dato da tanti volontari ci è possibile
organizzare meglio quello che per il nostro villaggio è ancora difficile
realizzare
Per poter scrivere direttamente al bambino che
avete adottato
Nome del bambino - Distant Adoption
P.O. Box 357 - Balaka (Malawi)
e-mail orphanscare@hotmail.com
Indirizzo in Italia: Procura
Missioni Estere - Missionari Monfortani
A
distanza di poco più di un mese, il Vescovo emerito di Mangochi (Malawi) Mons.
Alessandro Assolari, che Mons. Luciano Nervi aveva sostituito alla guida della
Diocesi, è deceduto improvvisamente. a causa della malaria, così come Mons.
Nervi poco più di un mese fa. La Diocesi di Mangochi è di nuovo senza un Pastore
che avrebbe potuto guidare il Gregge in attesa della nomina di un nuovo Vescovo
che tarderà ad essere nominato a causa della morte del Santo Padre Giovanni
Paolo II. Mons. Assolari, conosciuto nel 1972, è stato colui che ha voluto e
realizzato nel 1982 il gemellaggio tra la nostra Parrocchia di S. Monica e la
Diocesi di Mangochi.
L’idea di questo viaggio nasce dalla speranza di
tanti genitori adottivi di poter incontrare il proprio bambino, da chi desidera
conoscere la vita delle missioni ma anche dall’esigenza di tutti coloro che da
tempo vorrebbero tuffarsi nel cuore caldo dell’Africa per scoprirne i tanti
volti e contraddizioni.
E’ dunque un viaggio di conoscenza, condivisione e scoperta.
Conosceremo la povertà ma anche i sorrisi della gente, condivideremo
l’impegnativa vita dei missionari, scopriremo un paese che nonostante le piccole
dimensioni racchiude i più singolari paesaggi dell’intero continente africano:
catene di colline intervallate da maestose montagne, foreste tropicali e savana,
il lago dall’acqua cristallina, i Parchi Nazionali.
Il Malawi è una terra dai mille volti e contrasti e durante la stagione secca
colpisce il colore giallo dei campi, la terra spaccata dal sole, il brulicare di
persone ai pozzi per riempire i secchi di acqua da trasportare sulla testa fino
ai villaggi, i tramonti infuocati e il piacevole fresco della sera.
PROGRAMMA
Il viaggio proposto è di 12 giorni inclusi i viaggi di andata e ritorno, 6
pernottamenti presso la nuova struttura della missione di Balaka e 3
pernottamenti in un bellissimo lodge sul lago Malawi.
Durante tutto il periodo del viaggio sarete accompagnati da una Guida
professionale italiana che curerà l’organizzazione, renderà più agevole la
comunicazione è sarà sempre presente per qualsiasi esigenza.
Il prezzo del viaggio è tutto compreso, dal biglietto aereo, ai trasporti in
Africa, pasti e bevande (acqua e una bevanda gassata) ingressi, lodge,
assicurazione e tassa aeroportuale.
IMPORTANTE
Nel tentativo di ottimizzare i costi del biglietto aereo, purtroppo molto caro
(attualmente intorno ai 1200 Euro), non sappiamo ancora se viaggeremo con South
African o Ethiopian Airline.
Vogliamo, infatti, che il costo totale si aggiri tra 1750 o 1900 Euro, e la data
di partenza tra il 3 e il 6 agosto con rientro tra il 14 o il 17, ma
comunicheremo presto agli interessati la data e il prezzo definitivo.
Entro la fine di aprile bisognerà versare una quota di 200 Euro per fermare i
biglietti aerei, mentre il resto degli stessi avverrà a fine maggio.
Il saldo sarà direttamente consegnato il giorno della partenza alla guida che
durante il viaggio provvederà a tutti i pagamenti.
Giorno 2
Arrivo alla missione e sistemazione nelle camere.
Cena con saluto di benvenuto da parte dei padri monfortani.
Giorno 3
La mattina visiteremo l’asilo e le scuole della missione di Balaka. I bambini ci
accoglieranno coi loro gioiosi canti.
Incontro con gli orfani e i bambini adottati e pranzo tutti insieme.
Nel pomeriggio continueremo la visita delle realtà lavorative della missione: il
laboratorio di carta fatta a mano, la stamperia dei Padri, la scuola di Arti e
Mestieri e ci sarà un po’ di tempo per acquisti o una passeggiata per Balaka.
Cena
Giorno 4
Escursione di una giornata presso ZOMBA PLATEAU una montagna dalla sfavillante
vegetazione di tipo alpino.
Prima di salire al Plateau visiteremo il caratteristico mercato di Zomba città,
antica capitale del Malawi. Pranzo al Meridien, uno dei più caratteristici
ristoranti del Malawi. Nel pomeriggio ci sarà possibilità di fare acquisti al
mercatino del legno e una passeggiata attraverso prati e rigogliosi boschi.
Rientro in serata e cena
Giorno 5
Incontro con i Padri Monfortani che ci spiegheranno le loro attività e come si
svolge la vita nei villaggi. Partiremo poi per un villaggio di capanne dove
avremo modo di condividere con gli abitanti la mattina ed il pranzo.
Nel pomeriggio ci sposteremo a Kankao, un villaggio in cui sono stati realizzati
il centro ragazzi portatori di handicap, un ospedale per la maternità e un
reparto contro la denutrizione. Rientro in serata e cena.
Giorno 6
Escursione di una giornata presso il PARCO NAZIONALE DI LIWONDE esteso sulle
sponde del fiume Shire. La mattina risaliremo il fiume in barca per avvistare
ippopotami, coccodrilli, uccelli multicolori, scimmie.
Pranzo sotto i gazebo del ristorante ai bordi del fiume e safari all’interno del
parco per ammirare antilopi, gazzelle, elefanti.
Rientro in serata, cena.
Giorno 7
Partenza per MUA, villaggio in cui i Padri Bianchi realizzarono la prima
missione in Malawi. Visiteremo la bella chiesa, la scuola del legno ed il museo
sugli usi, tradizioni e costumi delle varie tribù. Pranzo.
Nel pomeriggio trasferimento verso Nkopola Lodge struttura immersa nella natura
e direttamente affacciata sul lago con la spiaggia privata, sistemazione nelle
camere.
Cena nel bel ristorante dell’Hotel.
Giorno 8
Escursione di una giornata al Parco di CAPE MC. CLEAR, luogo famoso per le sue
acque limpide e i colorati pesci tropicali. Faremo una gita in barca verso
piccole isole, chi vuole potrà fare snorkeling, tuffarsi nel lago è come nuotare
in un acquario!
Pranzo in un simpatico ristorantino sulla spiaggia. Nel pomeriggio visita al
villaggio di pescatori. Rientro a Nkopola lodge, cena.
Giorno 9
Mattinata di relax nella spiaggia o in piscina del Nkopola lodge. Assisteremo
allo spettacolo delle maestose aquile che si tuffano in quel lato del lago per
pescare..
Pranzo presso il Seminario di Mangochi dove, nel pomeriggio, visiteremo alcune
strutture realizzate grazie alla tenacia di Mons. Kimu, un prete africano
concretamente impegnato per lo sviluppo del suo paese.
Colazione, pranzo e cena in Hotel.
Giorno 10
Dopo una buona colazione e, per chi vuole, una sana passeggiata sulla spiaggia,
rientreremo a Balaka per condividere un’altra giornata di gioia con gli orfani e
i bambini adottivi . Dopo il pranzo comunitario, concerto dell’Alleluia Band con
suoni e ritmi africani (gruppo creato dai Padri per coinvolgere i giovani e non
perdere le tradizioni musicali). Cena e saluti.
Giorno 11
Partenza per l’aeroporto.
Giorno 12
Arrivo in Italia.
Note
Durante il soggiorno ci sarà la possibilità di usare telefono ed internet.
Profilassi antimalarica consigliata.
Moneta locale Kwacha, (cambio in loco).
Vestiti leggeri e comodi, ma anche un maglione e un giacchetto per alcune
escursioni.
Costume e protezione solare.
In agosto la temperatura serale e notturna può essere abbastanza fresca
Mons.
Luciano Nervi, da soli 38 giorni Vescovo di Mangochi si è spento alle otto di
mattina dell'8 marzo 2005 per un terribile attacco di malaria. Solo pochi giorni
fa avevamo pubblicato, su sua richiesta, l'articolo che segue. Noi lo
interpretiamo come un suo testamento spirituale. Si era già dichiarato Vescovo
di transizione. "Se Dio vuole, resterò in carica solo otto anni, poi dovrò
andare in pensione" aveva detto a noi alla vigilia dell'incontro con il card.
Sepe, che doveva comunicargli la nomina". Il Signore ha voluto che rimanesse in
carica poco più di un mese. Ma in questi trentotto giorni, come scrive P. Gamba dal Malawi,
ha gettato le basi per qualcosa di veramente nuovo. A tutti noi coglierne
l'eredità.
Usare la potenza naturale del fiume Shire per
trasportare le sue stesse acque a formare un bacino artificiale sulle montagne e
da lì irrigare le pianure sottostanti.
di mons. Luciano Nervi - Vescovo di Mangochi
La casa del vescovo di Mangochi si trova a poca distanza dal fiume Shire, che
esce dal lago Malawi poco più su. Sono io che ci abito, essendo il nuovo vescovo
di Mangochi, e dovrei pensare a come riuscire a far del mio meglio perché possa
essere un degno pastore. Solo che il pastore deve pensare non solo all’anima
della sua gente ma anche al loro corpo perché, come diceva quel grande
missionario che è stato p. Clemente Vismara: “Predicare il Vangelo a chi
sbadiglia per la fame è tempo sprecato”.
Così ieri sera, mentre dall’alto della terrazza guardavo la striscia d’argento
che taglia in due il verde dei prati circostanti, mi è venuto in mente un libro
intitolato “Il mulino del Po”, scritto da un grande autore italiano che è
Bacchelli, il quale parla appunto dei mulini ad acqua che usavano la corrente
del fiume per macinare il grano. Il meccanismo era abbastanza semplice: due
barche collegate tra loro con un ponte di assi (come un catamarano) sul quale
era sistemata la ruota che pescava in basso nella corrente. Questa, girando,
metteva in moto il meccanismo delle macine. Il tutto ancorato alla riva con
solidi cavi, che, tra l’altro, davano la possibilità al mulino di spostarsi nel
letto del fiume a cercare la corrente più adatta e più forte.
Allora mi è venuto di sognare e mi son detto: perché non si può costruire
qualcosa di simile per utilizzare la forza della corrente del fiume e così
azionare una pompa che aspiri quella stessa acqua e la spinga fin sulle montagne
vicine dove creare un bacino artificiale e da lì poi avere la possibilità di
irrigare i campi sottostanti?
Più ci penso e più mi convinco che non è un’idea folle, ha bisogno solo di
qualche sognatore-ingegnere-idraulico che la metta in atto!
Così l’affido alle pagine de “L’Apostolo”: chissà che capiti in mano a qualche
specialista in …sogni
e la traduca in azione concreta.
Perché qui, se andiamo avanti di questo passo, anche quest’anno ci sarà una
grande carestia che farà soffrire un sacco di gente. Ci sono state tre
settimane, durante la stagione delle piogge, in cui si è vista ben poca acqua
cadere del cielo e pian piano il granoturco, bello, alto e turgido qual’era, ha
cominciato a seccare. Poi è ricominciato a piovere ma ormai il danno era fatto.
Ora la gente si dà da fare per piantare patate e cassava, che resistono anche
con poca acqua per avere a suo tempo almeno qualcosa da mettere sotto i denti.
Da un po’ di anni è la stessa solfa: il fabbisogno della popolazione – che è sui
12 milioni – richiederebbe almeno due milioni e centomila tonnellate di mais ma
il Paese, quando gli va bene, ne produce solo 1 milione e settecentomila, ma
quest’anno sarà già bello se ne produce la metà. Il governo dalla fine di
febbraio ha già lanciato l’appello ai Paesi donatori e questi si stanno dando da
fare per tenere in vita almeno le persone più povere.
Il nuovo ministro dell’agricoltura, sotto il nuovo presidente insediato l’anno
scorso, ha già proclamato che vuol risuscitare i vecchi progetti agricoli che
funzionavano sotto il dominio assoluto del dittatore Banda che, pur essendo
tale, aveva sempre predicato che l’unica ricchezza del Malawi era la terra e che
questa andava coltivata con criterio e con amore. Aveva ragione.
Ben vengano i proclami ma è ora che si passi ai fatti.
Comunque fa rabbia pensare a tutti ‘sti campi di mais che vanno in malora quando
accanto ad essi scorre un fiume carico di acqua che va semplicemente a sfociare
nello Zambesi senza creare alcun beneficio alla terra che bagna (eccetto che far
girare le turbine per produrre l’elettricità – che tra l’altro salta sempre
almeno un paio di volte al giorno - vicino alla cateratte). Non pensiamo poi al
grandissimo lago Malawi e alla sua immensa riserva d’acqua…
E’ per questo che spero proprio che il mio sogno diventi realtà e una volta per
tutte si cerchi di risolvere questa cronica dipendenza dalla piogge monsoniche
che stanno diventando di anno in anno sempre più inaffidabili.
Una decina di vescovi, un centinaio di preti africani, il presidente della
Repubblica del Malawi, migliaia di persone a testimoniare la gioia di essere
chiesa. Il Malawi sta attraversando un periodo veramente difficile e le sfide
quotidiane che la gente deve affrontare sono enormi.
In questo paese ci sono solo due stagioni: la stagione delle piogge che va da
Novembre a Marzo, e poi il periodo lunghissimo quando nessuna goccia di pioggia
scende dal cielo sui campi riarsi dalla calura. La consacrazione di padre
Luciano Nervi, 29 gennaio 2005, a vescovo della diocesi di mangochi, in Malawi,
sottolinea un senso di fretta in contrasto con la sonnolenza di un paese più
abituato alla ripetitività.
Nessuna festa, nessun matrimonio o rito di iniziazione, che è al centro della
vita dei clans e delle tribù del Malawi, si celebra prima del raccolto che
arriverà solo ad aprile. L'aver voluto sfidare i monsoni che carichi di pioggia
si abbattono sulla regione e aver celebrato una festa fuori stagione é un
messaggio molto significativo e resterà nella memoria delle migliaia di persone
che hanno voluto essere presenti. Così come è evidente che la mitria che il
nuovo vescovo ha accettato di portare è pesante e il pastorale, il bastone per
guidare il gregge, non potrà restare una suppellettile.
La politica senza gente
Dopo trenta lunghi anni di dittatura e dieci di democrazia riscoperta, questo
paese africano sta attraversando forse uno dei periodi più involuti della sua
vita politica. Dieci anni sono pochi per cambiare il modo di vita di un'intera
popolazione e le fughe a ritroso, quando tutto sembrava ordinato e aveva un
senso, restano una tentazione costante.
Mentre le strutture democratiche quali le elezioni politiche, il sistema
giudiziario indipendente, la prosecuzione della corruzione... esistono anche in
Malawi, la mancanza di una leadership aperta alla partecipazione resta ancora un
sogno.
I vescovi del Malawi nel 1992 non avevano temuto di sfidare le ire di Kamuzu
Banda, il dittatore irraggiungibile. Oggi è più difficile capire e promuovere il
vero bene della gente. Il primo presidente democratico del paese, Bakili Muluzi
ha guidato il paese per dieci anni portandolo diritto diritto allo sfacelo
economico. Corruzione, noncuranza del rispetto delle leggi, egemonia indiscussa
sono le caratteristiche di chi si era presentato come il liberatore del suo
popolo. Ora come capo del partito di maggioranza pretende di continuare ad
essere padre e padrone di una nazione che lo vorrebbe dimenticare. L'ultima sua
mossa, quella di espellere dal partito il nuovo presidente del paese, dr. Bingu
wa Mutharika, dice tutto l'affanno di una politica allo sbando.
La chiesa senza radici
Quanto avviene nel campo politico ha delle forte ripercussioni anche nella
chiesa e nella vita delle comunità cristiane. Il Malawi, scoperto e fatto
conoscere al mondo occidentale dai viaggi del grandissimo esploratore e
missionario, David Livingstone centocinquant'anni fa, è diventato un paese molto
cristiano. Intere tribù, come gli Alomwe e gli Angoni, si sono fatte battezzare.
Una conversione che però non ha ancora raggiunto il cuore. Questo è ben espresso
nel proverbio che ripete "Il sangue é più spesso dell'acqua". Prima la cultura,
l'appartenenza al clan, il rispetto delle leggi degli antenati, poi, e spesso
solo la domenica, il vestito cristiano. Il lavoro fatto nei cento anni di
evangelizzazione è stato enorme. La chiesa si è fatta carico spesso non solo di
sostenere, ma di impiantare tutta la struttura sanitaria e scolastica
specialmente nella zona di Mangochi. Anche in Malawi come altrove nel mondo,
tutto sembra ancora di dover ricominciare. Segnali inquietanti non mancano:
proliferazione di sette cristiane a migliaia, tra cui non mancano le voci del
satanismo e della stregoneria; la diffusione inarrestabile dell'AIDS, primo
paese al mondo, uno sconsolante primato, a testimoniare l'incapacità a cambiare
la condotta di vita; la povertà crescente che obbliga alla dipendenza che non
permette alla gente di guadagnarsi un'autonomia...
Il giorno della festa
Il Nunzio Apostolico, Arcivescovo Orlando Antonini ha presieduto la
consacrazione di padre Luciano Nervi affidandogli il compito di dare forza alla
fede sugli altipiani, nella savana e lungo le sponde del lago Malawi. Anche in
Africa come altrove, non è rimasto molto tempo a disposizione. "Grazie a nome di
tutta la chiesa a monsignor Alessandro Assolari per trent'anni di lavoro
missionario. E grazie al nuovo vescovo per aver accettato di ritornare a
Mangochi" ha ripetuto il nunzio.
Il presidente della republica, Bingu wa Mutharika, arrivato in elicottero nel
grande campo di calcio del seminario di Saint John a Mangochi, ha voluto
testimoniare l'importanza di una sempre più grande collaborazione tra Chiesa e
Stato. "Tutte le chiese, e la chiesa cattolica in particolare, a Mangochi ha
fatto tanto per sostenere lo sviluppo del paese. Più ancora che nel passato,
oggi abbiamo bisogno di una chiesa attenta alla situazione di povertà del nostro
paese."
Il nuovo vescovo ha voluto scegliere come motto la frase della preghiera di Gesù
"Ufumu wanu udze", “Venga il tuo Regno”, per dare un senso religioso a tutto
l'impegno che la comunità cristiana è chiamata a fare proprio.
La festa è diventata grandissima quando il ritmo del tamburo ha invitato tutti a
partecipare. Il tungululu, il grido caratteristico delle donne che si unisce ai
canti, ha accompagnato tutta la celebrazione. I canti e le danze, i colori e la
gioia hanno trasformato una festa religiosa in un incontro atteso da tanto tempo
e che accompagnerà gli anni che verranno.
Dall'Italia c'erano poi tanti confratelli monfortani a dire la condivisione
della stessa missione e a promettere una collaborazione sempre più grande.
Dopo diciassette anni di vita missionaria in Malawi, padre Luciano Nervi, era
poi stato a Bergamo come direttore della rivista L'Apostolo di Maria. Proprio a
Mangochi aveva speso tanti anni come parroco della cattedrale. Ora è tornato
come vescovo, a ripercorrere gli stessi sentieri e sostenere la speranza di un
popolo che si sente spesso abbandonato.
I missionari monfortani, dopo cento anni di presenza in Malawi, e trent'anni a
Mangochi, si sentono chiamati ancora a rivivere l'entusiasmo degli inizi. Come
ai primi giorni della missione, quando
passavano di villaggio in villaggio, oggi accompagnati da tanti volontari e
presenti accanto agli ammalati di AIDS, a sostenere tanti orfani, nel campo
delle comunicazioni sociali... a rilanciare la
missione che porta la chiesa agli ultimi confini del mondo.
P. Piergiorgio Gamba
L'imposizione delle mani
Con il Presidente del Malawi
Per il nostro gruppo missionario parrocchiale la
giornata mondiale per i malati di lebbra che si celebra l’ultima domenica di
Gennaio, riveste un’importanza ancora maggiore della stessa giornata missionaria
mondiale della penultima domenica di ottobre. Infatti, il gruppo ha preso le
mosse proprio dall’adesione alle iniziative del fondatore di questa giornata,
Raoul Follerau, cui si inviavano le raccolte nei primi tempi.
Dopo la conoscenza, avvenuta nel 1973, di Padre Alessandro Assolari, missionario
monfortano in Malawi, che quell’anno veniva nominato prima Vicario Apostolico e
poi primo vescovo di Mangochi, i contatti con la realtà dei malati di lebbra si
sono fatti sempre più frequenti. Mons. Assolari fu il primo a istituire un
villaggio di lebbrosi a Utale. Quando divenne vescovo, fu sostituito in questo
ufficio da P. Luciano Nervi, che è stato chiamato recentemente a succedergli
come vescovo di Mangochi, avendo raggiunto Mons. Assolari i limiti d’età. P.
Nervi è stato ordinato vescovo il 29 Gennaio. Per lunghi anni dopo P. Nervi, è
stato P. Gianni Maggioni, come titolare della missione di Utale, a occuparsi
particolarmente di questi fratelli malati.
Quando andai in visita in Malawi con alcuni membri del gruppo missionario nel
lontano 1984, fu lui a introdurci nei problemi di questa triste realtà e ricordo
la visita a Utale come una delle più emozionanti, preparata da preghiera e da
ambientazione psicologica. Davanti allo spettacolo di esseri umani con alcune
parti del loro corpo disfatte dalla malattia, magari con moncherini di braccia e
di gambe, curati amorevolmente dai missionari, dalle suore, da volontari laici,
che, per quanto adottino tutte le precauzioni del caso, rischiano pur sempre il
contagio, non si può non restare profondamente toccati da tanto amore gratuito,
da tanta generosità e dedizione, al cui cospetto i nostri impegni quotidiani,
anche se spesso faticosi, impallidiscono.
La nostra comunità di S. Monica si è molto impegnata in favore di questi malati
di lebbra. E’ stata una piacevole sorpresa da parte di qualche membro del gruppo
che aveva inviato una somma, per noi modesta, ma per loro preziosa, per la
costruzione di una casetta per un malato di lebbra, trovarvi scritto accanto
alla porta il proprio nome in segno di riconoscenza e come attestato di ricordo
e di preghiera per il benefattore.
Questa piaga, sebbene si siano fatti molti progressi nella cura, non è stata
ancora sconfitta del tutto. Eppure bastano pochi euro per curare un lebbroso e
permettergli di guarire, o almeno bloccare il progredire del terribile male. Per
questo continuiamo, pur impegnandoci in tante altre realizzazioni in favore
della diocesi di Mangochi con noi gemellata, ad avere sempre un’attenzione e una
cura particolare per i malati di lebbra.
Oggi altre forme di lebbra si fanno avanti. Pensiamo alla piaga dell’AIDS così
diffusa in Malawi, che lascia tanti piccoli orfani. Le nostre adozioni a
distanza cercano di venire incontro a queste necessità, e, ancora più a monte,
si collocano le recenti iniziative a favore delle mamme affette da questo morbo,
perché possano curarsi e far nascere sani i loro figli. E’ questo l’orizzonte
che ci sta davanti e sollecita la nostra solidarietà, ma soprattutto la nostra
fraternità e il nostro amore cristiano.
Da queste colonne del giornalino che quest’anno per la prima volta il gruppo
missionario vuol fare uscire in occasione della giornata dei malati di lebbra,
ringrazio tutti i membri del gruppo per la loro opera infaticabile e continua,
incoraggio chi avesse del tempo libero a collaborare, e invoco sull’impegno di
tutti la benedizione del Signore.
La lebbra è sempre stata sinonimo di paura, di
emarginazione, di esclusione. Ritornando con la memoria alla vecchia lettura del
“Quo Vadis?” mi ritorna alla mente la paura di Licia e di sua madre quando, già
lebbrose, rischiano di incontrare Marco Vinicio. In Africa, ancora oggi, questa
è realtà. Settecentomila nuovi casi l’anno causano ancora settecentomila
emarginati che la paura e l’ignoranza, nonostante i farmaci e la prospettiva
reale di una vittoria definitiva, rendono vittime del disagio e dell’esclusione.
Ma per una lebbra che se ne va’ un’altra arriva. Non si è ancora avuto il tempo
di cogliere l’entusiasmo di una vittoria (l’OMS spera di ridurre drasticamente
il numero dei lebbrosi entro quest’anno) che un’altra e più terribile epidemia
da vent’anni ormai falcidia uomini, donne e bambini. E li distrugge prima nello
spirito e poi nel corpo. I protagonisti? Sempre loro, i poveri del terzo mondo e
gli africani in particolare. La malattia è l’AIDS, le conseguenze sempre le
stesse: paura, emarginazione, esclusione. Con il corollario più scontato: la
morte. Ma una morte che significa, per il popolo africano, estinzione. Sì,
proprio estinzione, così come si dice per le balenottere azzurre, per il panda e
per le varie specie rare di animali. Solo che gli africani, oltre ai missionari
cattolici, non hanno associazioni ambientaliste che li tutelano, non hanno WWF,
non hanno la LIPU, non hanno campagne di sensibilizzazione particolari… a meno
che non si trovi un accordo, uno scambio alla pari, un “do ut des” che
semplifichi le cose. Ed è sufficiente il maremoto che ha colpito il sudest
asiatico il 26 dicembre scorso perché l’ONU dirotti tutti i fondi per le
emergenze verso quella regione, così come ha denunciato il responsabile dei
progetti regionali del Pam (Programma alimentare mondiale), George Aelion lo
scorso 19 gennaio. Il problema è che alcuni paesi africani (e tra questi vi è il
Malawi) non hanno nulla da dare in cambio perché sono poveri di risorse
minerarie, per nulla competitivi in campo economico e male organizzati. Il
risultato è che la popolazione stenta a campare, soccombe alle epidemie e non sa
come risorgere.
In questa 52^ giornata dei lebbrosi allora non resta che fare una cosa:
impegnarsi con se stessi prima e con gli altri poi per vincere la peggiore delle
lebbre: il rischio dell’indifferenza e dell’ignavia. L’idea che “tanto non c’è
niente da fare” perché si è in pochi a lottare contro molti. L’indifferenza è la
prima causa dell’abbandono. L’abbandono è la ragione dell’emarginazione.
L’emarginazione conduce alla morte. E alla morte, dice il proverbio, non c’è
rimedio.
Raoul Follereau nasce il 17 agosto del 1903 a Nevers
in Francia, da una famiglia di industriali.
Nel 1918 incontra Madeleine Boudou, con la quale trascorrerà tutta la vita.
Studia diritto e filosofia, si fa notare come poeta, giornalista, conferenziere.
Nel 1935 seguendo, per interesse personale e come inviato speciale del giornale
“La Nacion”, le orme del missionario Charles de Foucauld incontra ad Adzopé
(Costa d'Avorio) un villaggio di lebbrosi. Questo incontro cambia la sua vita.
Nel 1942 in piena guerra lancia l'iniziativa di solidarietà L'Ora dei poveri.
Ricercato dai Nazisti, per una serie di articoli contro Hitler, è costretto a
nascondersi
Nel 1946 lancia il Natale del Padre de Foucauld e fonda L'Ordine della Carità
che diverrà in seguito la Fondazione Raoul Follereau.
Nel 1953 con i soldi raccolti nei suoi giri di conferenze viene inaugurata ad
Adzopè la città dei lebbrosi con laboratori, radio, cinema, e tante casette al
limitare della foresta. I primi malati escono così dall'emarginazione in cui da
secoli erano tenuti, milioni di altri li seguiranno.
Compie l'equivalente di ben trentadue volte il giro del mondo per raccogliere
fondi per curare i malati di lebbra. Rendendosi conto che questa malattia non
sarà mai vinta fino a quando milioni di persone saranno colpite dalla povertà,
dallo sfruttamento, dalla guerra allarga il discorso a quelle che lui chiama le
"altre lebbre": l'indifferenza, l'egoismo, l'ingiustizia. Scrive ai capi di
stato, propone lo sciopero dell'egoismo, denuncia, senza riguardi per nessuno,
l'ingiustizia e l'ipocrisia in decine di scritti e migliaia di conferenze.
Istituisce nel 1954 la Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra celebrata tuttora
in 150 paesi.
Tra il 1964 e il 1969 anima la campagna il costo di un giorno di guerra per la
pace, rivolta all'ONU, a cui aderiscono 4 milioni di giovani in 125 paesi. Nel
1920 pubblica “le livre d'amour” diffuso in 10 milioni di copie e tradotto in 35
lingue
Muore a Parigi il 6 dicembre del 1977.
Gli insegnamenti e l'esempio, attraverso il suo stesso linguaggio, sono
riproposti nei libri che ci ha lasciato. La sua opera continua a vivere e
rinnovarsi nel lavoro di decine di organizzazioni che portano il suo nome.
Padre Luciano Nervi, missionario monfortano, è il
nuovo Vescovo di Mangochi, la Diocesi africana del Malawi con cui la Parrocchia
S. Monica di Ostia è gemellata dal 1982. Ha sostituito Mons. Alessandro Assolari
che ormai tutti conosciamo perché è stato più volte presente nella nostra
Parrocchia, che si è dimesso dall’incarico per raggiunti limiti di età.
Conosciamo P. Luciano Nervi da tantissimi anni, anzi, personalmente posso dire
di conoscerlo sin dal 1973, data in cui iniziammo i rapporti con il Malawi. Egli
è stato il primo missionario con cui sono entrato in corrispondenza.
Mons. Luciano Nervi ha 66 anni, è nato in provincia di Bergamo ed è partito per
le missioni del Malawi nel 1968 dove è stato assegnato alla missione di Utale,
un villaggio di lebbrosi cronici e malandati che non avrebbero più potuto essere
ricoverati nel nuovo ospedale di Balaka dove le suore avevano condotto tutti i
lebbrosi curabili, né ritornare nei loro villaggi, dove nessuno li avrebbe più
accolti perché “lebbrosi”. C’era, inoltre, un vasto territorio con vari villaggi
nei dintorni dove molte famiglie si erano trasferite dal sud in cerca di nuovi
terreni da coltivare e P. Nervi aveva avuto la missione di annunziare loro il
Vangelo.
La nostra amicizia risale a quando Mons. Alessandro Assolari, nel 1973, ancora
Amministratore Apostolico di Mangochi, venne a S. Monica per celebrare la Messa
perché là indirizzato da qualcuno dell’aeroporto di Fiumicino in quanto l’aereo
che doveva portarlo in Africa ritardava la partenza di 24 ore. Consegnai a P.
Assolari , (sarebbe stato consacrato vescovo al suo arrivo in Malawi), le uniche
6.000 lire che avevo nel portafogli perché le usasse per i lebbrosi di quella
Missione. Egli consegnò a P. Nervi la piccola somma e P. Luciano mi scrisse per
ringraziarmi. Non fu certamente l’unica sua lettera se ancora, a distanza di
tanti anni, siamo tanto amici…. Risposi alla sua lettera chiedendogli in che
modo avremmo potuto aiutare i lebbrosi di Utale, mi rispose che l’aiuto migliore
era quello di inviare soprattutto medicinali e vestiti per i malati, cosa che
facemmo con l’invio di numerosi pacchi postali, ed ogni volta erano così tanti
che, quando nel 1981 visitai l’ufficio postale di Utale, mi dissero che i pacchi
inviati da noi li poggiavano fuori intorno all’ufficio perché non c’era spazio
sufficiente per depositarli nell’unica stanza che lo componeva.. Da questa
Missione, nel 1974, P. Luciano mi inviò le prime fotografie di bambini che io e
altri amici di Ostia e del ministero in cui lavoravo, adottammo a distanza.
(Probabilmente possiamo annoverarle tra le prime “adozioni a distanza” della
storia di questi ultimi tempi…)
Nel 1975 venne trasferito alla missione di Mangochi, parroco della cattedrale .
“Qui si tratta di sviluppare una comunità cristiana in mezzo a una popolazione
indigena quasi totalmente musulmana e la domenica la chiesa è frequentata da non
più di una cinquantina di persone” mi scriveva P. Luciano. Ma le cose dovettero
cambiare presto, presumo, se nel 1981 verificai di persona che alla Messa
domenicale non c’era quasi posto a sedere, c’era una corale bella e numerosa, un
cinema parrocchiale e tante altre attività. Girai con lui tutti i villaggi
dell’immenso territorio parrocchiale e dovunque c’erano segni di progresso.
C’erano anche “tracce” di Ostia con il primo pozzo d’acqua a Mase e l’ospedale
di Katema. A Mangochi possiamo dire di aver speso tante nostre fatiche. C’è
ancora anche la nostra chiesetta di S. Monica a Nchocholo e tante aule
scolastiche…
Nel 1986 P. Nervi venne richiesto a Bergamo alla direzione della Rivista
Missionaria “L’Apostolo di Maria” che diresse fino al novembre scorso. Aveva
appena ottenuta “l’obbedienza” per raggiungere la missione di Kalichero in
Zambia quando è stato elevato alla dignità episcopale come Vescovo di Mangochi.
Il 29 gennaio sarà consacrato direttamente nella sua diocesi africana. A lui i
nostri auguri più cari.
Un altro anno è passato e gli orfani adottati a
distanza sono diventati 1.500. Molte volte non siamo riusciti a soddisfare le
richieste di notizie che ci sono pervenute da molti “genitori”, ma la loro
fiducia nel progetto dell’adozione a distanza, nei missionari e nella nostra
associazione ha consentito il raggiungimento di un numero così importante di
bambini adottati.
Negli ultimi mesi dello scorso anno circa 100 bambini, ormai diventati
giovanotti e signorine, hanno terminato l’adozione. Tutti saranno aiutati per
affrontare la vita in modo indipendente ed accettabile, mettendo a frutto
l’istruzione che hanno ricevuto grazie all’”adozione”.
E’ un risultato importante di cui tutti dobbiamo essere orgogliosi. Nei prossimi
mesi (i tempi africani sono sempre piuttosto lunghi!) i genitori di questi
ragazzi riceveranno il certificato di fine adozione (send off) corredato da una
foto. La nostra speranza è che tutti si attiveranno per adottare un altro orfano
per continuare l’impegno altamente meritevole. Per un orfano che affronta la
vita con possibilità di autonomia, grazie alla scuola frequentata, ce ne sono
molti altri che aspettano di avere la stessa fortuna.
Abbiamo ricevuto e spedito agli interessati anche 500 foto dei bambini; siamo in
attesa delle altre che verranno spedite non appena disponibili. Anche in questo
caso si potrà verificare qualche disguido perché spesso i nomi dei bambini
vengono modificati e potrà accadere di ricevere la foto di un bambino che non
riconoscete come il vostro. Vi preghiamo di avvisarci e di rimandarci la foto
così potremo indagare e, possibilmente, rimediare all’errore.
Come sempre vi ricordiamo di contattarci per ogni dubbio o voglia di notizie.
Cercheremo sempre di accontentarvi, nei limiti del possibile e… dei tempi e
mezzi africani.
Un saluto a tutti.
L’Associazione “Seconda Linea Missionaria” ricorda a
tutti i “genitori adottivi” degli orfani del Malawi che ogni sforzo viene fatto
affinché le comunicazione e le notizie relative ai bambini vengano
periodicamente aggiornate e comunicate alle famiglie. Ma ricorda anche che il
Malawi è in Africa, che i circa 4000 bambini assistiti dal progetto “Adotta un
orfano” sono sparsi per decine di villaggi non facilmente raggiungibili, che i
missionari che si occupano del programma sono pochi e hanno mille altre
emergenze, che ogni euro tolto al progetto per attivare comunicazioni più
frequenti e “sofisticate” viene sottratto alle necessità più impellenti, quali
l’alimentazione e gli studi. Chiede pertanto a tutti di avere pazienza se gli
aggiornamenti non sono costanti, se non sempre arrivano fotografie nuove o i
risultati scolastici. I missionari fanno tutto quello che possono e lo fanno per
amore e senza sperare in gratificazioni particolari, se non quella di servire il
Signore nella carità.